Riflessione 15-2026

Il Signore è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo... anche adesso, in questo tempo di caos mondiale, in cui la paura ci impedisce di guardare lontano, di sperare, di gioire. Il Signore rivolge la sua Parola a me, così come sono, anche se non sono capace, o non vedo, o no ho le forze. Perchè con noi c'è lo Spirito, il grande atteso, che illumina, rischiara, accende, scuote... Siamo chiamati alla speranza, perché a noi, a me, il Signore affida l’annuncio del Regno. Gesù se ne va, torna al Padre affidando ad un gruppo di discepoli l’incarico di proseguire l’annuncio di costruire il Regno. Uomini e donne che ancora dubitano, dopo averlo visto risorgere, dopo avere pranzato con lui, dopo avere superato le ferite della croce... Perché, come abbiamo visto con Tommaso, il dubbio è parte essenziale nella vita del credente. E' il dubbioso, cioè il curioso, l’irrisolto che è stimolante e che impedisce alla Chiesa di diventare arrogante di Dio. Perciò non mi spavento i miei dubbi. Il Signore ha fede in noi, ci affida le sue parole: la Parola. Noi vorremmo fuggire, chiedere aiuto, lasciar fare tutto a lui, invece le posizioni si ribaltano. Dio non risolve, ma affida; non interviene, ma chiede. Oggi si festeggia un ritorno, non una partenza! Ma, come i discepoli di Gesù, sentiamo la nostalgia di un addio, di un’ingiustizia. Ma come? Proprio ora che avevamo capito, dopo il grande spavento della croce, ci ritroviamo da soli? Proprio ora che, dopo una lunga latitanza, mi sono riavvicinato alla fede e ho riscoperto il gusto della preghiera, mi spostano il prete carismatico? Il confessore? Si scioglie il gruppo? Si uniscono le parrocchie? Gesù ascende al cielo non per scappare o per tornare nella "confort-zone", ma per essere il per-sempre-presente: non pìù vincolato da un corpo, non più segnato dallo spazio e dal tempo. Presente sempre e ovunque. Paradosso del cristianesimo che prima ci chiede di credere che il Dio invisibile si è fatto uomo, ora ci chiede di credere che il Dio accessibile, dopo essersi consegnato nelle mani di uomini peccatori e incoerenti, torni ad essere invisibile. E così gli apostoli ricevono il mandato dell’annuncio... L’ascensione segna l’inizio del tempo della Chiesa e sono gli angeli a dare la chiave interpretativa dell’evento: non guardate il cielo, guardate in terra, guardate la concretezza dell’annuncio. I discepoli sono chiamati ad annunciarlo, fino al suo ritorno e a renderlo presente. La Chiesa, allora, diventa il luogo dell’incontro privilegiato col Risorto e assolve il suo compito solo quando rende presente il vangelo. Ecco cosa significa non guardare il cielo: partire dalla povertà della mia parrocchia, dal senso di disagio che provo nel vivere situazioni paticolari nella mia vita, dall’impressione di vivere alla fine di un Impero che crolla pesantemente, nell’incertezza di un futuro segnato dalla violenza dei potenti che si prendono per Dio... Siamo chiamati adesso, a realizzare il Regno, a rendere presente la speranza, in questa Chiesa fragile, in un mondo fragile, che però Dio ama. Allora non stupisce il dubbio dei discepoli, che è anche il nostro. Ma Gesù risorto ci rassicura: non siamo soli, egli è con noi. È iniziato il tempo della Chiesa, fatta di uomini e donne fragili che hanno fatto esperienza di Dio e lo raccontano. Dio ha bisogno di me. Ha fede in me perchè mi ama. Sappiatevi amati, buona domenica. 

Come di consueto propongo un audio commento al Vangelo di Paolo Curtaz, un modo per lasciarsi evangelizzare semplicemente ascoltando: https://youtu.be/W5-sszpKarI