Riflessione 22-2026
Molta gente si raduna attorno a Gesù. Ha compassione, il Signore, ama il suo popolo, sa di cosa abbiamo bisogno. Non è distratto, non se ne sta sulle nuvole a governare le formichine. Eppure, davanti alla folla, il Signore non agisce, ma chiede ai suoi di agire. Con tanto buon senso i discepoli gli suggeriscono di ignorare il problema: ognuno si arrangi, non ce la possiamo fare. Non ora. Non adesso che ci scopriamo indeboliti e fragili, spauriti e aggressivi. Non ora che la Chiesa mostra le sue rughe, le sue fatiche, le sue lentezze, le sue ombre, superficialmente ignorate da decenni in cui si pensava fin che la barca va lasciala andare. E, ora, che siamo così spaesati dovremmo anche farci carico della folla? Ora che il mondo ruggisce e si è tolto la maschera scatenando la bramosia pensiamo di cambiare le cose? Per ora no, magari quando e se ci saremo riorganizzati. Aspettiamo di tornare alla normalità, se mai tornerà. Poi vedremo... Non fa così il Maestro, non porta a questo la compassione, quella vera, quella di Dio. La fame si può saziare, quella fisica e quella interiore, ma ad una sola condizione: mettersi in gioco. Non siamo capaci, non abbiamo i mezzi, non abbiamo sufficiente fede, abbiamo troppa zizzania nel cuore. Ogni scusa è buona per aggirare la richiesta. Gesù insiste: a lui serve ciò che sono, anche se ciò che sono è poco. La sproporzione è voluta: pochi pani e pesci per una folla sterminata; è una situazione che produce disagio, sconforto, la stessa sensazione che proviamo noi quando cerchiamo di annunciare la Parola, di porre gesti di solidarietà, di bene. Parliamo, annunciamo il bel modo di vivere che aveva Gesù, poi nella vita quotidiana viviamo il contrario: violenza, egoismo, opportunismo. Vivo come uomo di pace e i miei colleghi ne approfittano e mi fregano. Consacro la mia vita al Vangelo, corro come un pazzo da una Parrocchia all’altra e la gente pensa che io sia una specie di funzionario del Vaticano. Occorre arrendersi? No: il nostro è gesto fecondo se accompagna l’opera di Dio, è segno profetico che imita l’ampio gesto del seminatore, è icona di speranza che imita la pazienza verso la zizzania del padrone del campo. Troviamo la forza per metterci in gioco, per condividere quel poco che siamo solo e a condizione di attingere al gesto straordinario di Gesù che, Lui per primo diventa cibo. L’eucarestia diventa forza e modello del nostro agire. Aspettiamo il momento in cui, in pienezza, potremo tornare a celebrare il risorto, ad abbracciarci, a guardarci senza maschere. Lo aspettiamo come si aspetta l’aurora di un giorno nuovo. Sappiatevi amati, buona domenica.
Come di consueto propongo un audio commento al Vangelo di Paolo Curtaz, un modo per lasciarsi evangelizzare semplicemente ascoltando: https://youtu.be/XWM3tebCkCE
