Riflessione 33-2025

Questa domenica la liturgia ci propone la parabola del ricoo epulone. Il ricco della parabola non ha un nome, il racconto lo definisce così: è ricco, veste di porpora e bisso, banchetta tutti i giorni. La povertà era molto diffusa ai tempi di Gesù e sapere come sfamarsi, era il problema principale. Raramente la gente mangiava fino a saziarsi. Il ricco, invece, non ha questo problema e mangia in abbondanza tutti i giorni. Questa cosa ha talmente colpito l’immaginazione delle prime comunità cristiane, che il banchetto, epuae in latino, è diventato il carattere distintivo del ricco: epulone, cioè banchettatore, mangiatore.... Non viene descritto come una persona malvagia è solo ricco: una condizione rara, allora come oggi. Il ricco, banchettando, ostenta tutta la sua opulenza, è imperatore del suo mondo, come a volte accade anche a noi. Invece, un mendicante di nome Lazzaro è privo di tutto, non ha casa, non ha vestito, non ha salute. Sta alla porta del ricco, è coperto di piaghe, non riesce nemmeno ad allontanare i cani che gli si avvicinano per leccargli le ferite. Ha solo il desiderio di sfamarsi con ciò che cadeva dalla tavola del ricco. Lazzaro è l’unico personaggio in tutte le parabole che ha un nome. Il nome, in Israele, indica l’identità profonda, ciò che sei dentro, nella tua anima, nella tua essenza, ciò che Dio rivela a te stesso e che sei chiamato a scoprire. Si chiama Lazzaro che significa: Dio aiuta. Lazzaro è il primo a morire e la morte, per lui, è stata una liberazione. Nessun funerale, probabilmente, gettato in una fossa comune. A quel punto diventa affare di Dio che lo preleva per portarlo direttamente nell’abbraccio di Abramo, al vertice di tutti i giusti. Muore anche il ricco e, semplicemente, viene sepolto. Mentre la sua anima scende anch’essa nel luogo dove si pensava andassero i morti (Shoel), finisce fra i tormenti, fra le fiamme. Vede Abramo, sì, ma da lontano. Un’enorme distanza li separa, un abisso che lui, il ricco, ha scavato nella sua vita terrena. Il ricco è tormentato dalla sete, osa parlare al padre Abramo e chiede di poter avere una sola goccia d’acqua da parte di Lazzaro, o di avvisare i suoi famigliari. Non è possibile, dice Abramo, perchè fra noi e voi c’è un abisso. Il ricco non è condannato perché ha oppresso il povero, ma perché lo ha ignorato. Esiste una parola-chiave nel racconto: abisso. Un abisso separa Abramo, Lazzaro e il ricco, un abisso invalicabile, che non permette comunicazione, passaggio e salvezza. Un abisso che il ricco ha scavato, giorno dopo giorno, con la sua indifferenza. Questo l’abisso impedisce ogni azione. Dio è fuoco!!! Se siamo carta moneta, incontrandolo bruceremo. Se siamo oro, incontrandolo ci fonderemo in lui. Se siamo cera, ci accenderemo. Non costruiamo abissi di indifferenza, in questa vita, non diventiamo imperatori della nostra vita o ci destiniamo ad un’eterna solitudine. Perché anche Dio fa quel che può. Sappiatevi amati, buona domenica.

Come di consueto propongo l'audio commento al Vangelo di Paolo Curtaz, un modo per lasciarsi evangelizzare semplicementeascoltando: https://soundcloud.com/paolocurtaz/commento-al-vangelo-del-28-settembre-...