Riflessione 41-2025
Nell’ultima domenica dell’anno liturgico la Parola ha ancora qualcosa da dire, un’indicazione forte, destabilizzante, inattesa, rivolta ai cercatori di salvezza, nella Solennità di Gesù Cristo re dell’Universo. Una titolazione che proclama con forza quanto i discepoli hanno sperimentato: Gesù è la risposta di ogni ricerca e il mondo non sta precipitando nel caos, ma nelle sue braccia. Gesù è la salvezza, l’unica salvezza, la nostra salvezza, se lo vogliamo. Tu sei re? (Gv 18,34), chiede uno stranito procuratore a quell'uomo che gli hanno portato per essere giudicato e crocefisso. Non crede ai suoi occhi Pilato: quale pericolo può rappresentare colui gli sta dinnanzi? Eppure, se il Sinedrio si è umiliato chiedendogli un favore, deve esserci qualcosa di nascosto… Tu sei re? Ci chiediamo davanti alla croce: davanti al più sconfitto fra gli sconfitti, al più fragile tra i fragili. Un re senza trono e senza scettro, appeso nudo ad una croce, un re che necessita di un cartello per essere identificato. Non un re trionfante, non un Dio onnipotente, ma un uomo nudo, mostrato, sfigurato, piagato, arreso, sconfitto. Una sconfitta che, per Dio, è il definitivo e inequivocabile segno del dono di sé. Un Dio sconfitto per amore, un Dio che, inaspettatamente, manifesta la sua grandezza nell’amore e nel perdono. Gesù è appeso, agonizzante, in pochi parlano, i sacerdoti, i soldati romani, uno dei ladri e ripetono la stessa frase: Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso. Vuoi che ti crediamo? Dimostra che sei ciò che dici scendendo dalla croce e salvandoti. Il potente, così come ce lo immaginiamo, è colui che salva sé stesso, che può permettersi di pensare solo a sé, ha i mezzi per essere soddisfatto, senza avere bisogno degli altri. Per dimostrare di essere veramente Dio Gesù deve salvare sé stesso, perché per molti, ancora, Dio è un'egoista che basta a se stesso, beato nella sua perfetta solitudine. Non è così!!! Il nostro Dio non salva sé, salva me. Dio si auto-realizza donandosi, relazionandosi, aprendosi a me, a noi, questa è la sua regalità. Dio è re perché salva gli altri, noi, non sé stesso. I due delinquenti crocifissi con lui, sono come noi. Il primo sfida Dio, lo mette alla prova: toglimi dalla croce, liberami da questa sofferenza, salva te stesso e noi. Concepisce Dio come un re di cui essere suddito, ma lo riconosce re solo se Dio si fa suo suddito. Non ammette le sue responsabilità, non è amorevole la sua richiesta, è piena di egoismo. Come, spesso, è la nostra fede e la nostra preghiera. L’altro ladro, invece, è solo stupito, non sa capacitarsi di ciò che accade: Dio è lì che condivide con lui la sofferenza. Una sofferenza conseguenza delle sue scelte. Ammette di essersi perso, perciò viene salvato. Un ladro buono, dice la tradizione, nel senso di abile, aggiungo io: ha fatto il colpo più spettacolare della sua vita, ha rubato il paradiso all'ultimo minuto. Ecco l’icona del discepolo: colui che si accorge che il vero volto di Dio è la compassione e che il vero volto dell’uomo è la tenerezza e il perdono. Nella sofferenza possiamo cadere nella disperazione... oppure ai piedi della croce e confessare: davvero quest’uomo è il Figlio di Dio. Lo voglio davvero un Dio così? Un Dio debole che sta dalla parte dei deboli? È questo, davvero, il Dio che voglio? Oppure io preferisco un Dio potente che mi risolve i problemi e sono disposto a sfinirmi di preghiere per convincerlo! Ecco l’ultima provocazione che la Liturgia ci offre a conclusione del nostro cammino: di quale Dio vogliamo essere discepoli? Di quale re vogliamo essere sudditi? Buona domenica, sappiatevi amati.
Come di consueto propongo un audio commento al Vangelo di Paolo Curtaz, un modo per lasciarsi evangelizzare semplicemente ascoltando: https://soundcloud.com/paolocurtaz/commento-al-vangelo-del-23-novembre-2025
