Riflessione 24 - 2026
Noi per primi siamo perdonati e con una tale larghezza e generosità che non possiamo che perdonare. Il piccolo credito che abbiamo verso i fratelli non è nulla rispetto al debito mostruoso che abbiamo contratto verso Dio, che Egli ha cancellato. Il debito del servo è volutamente assurdo: un talento equivale a trentasei chili d’oro, diecimila talenti è una cifra inimmaginabile. Mai e poi mai sarebbe stato saldato. Eppure, quel debito viene condonato. Mentre il debito dell’altro servo che, pur dovendo una cifra consistente al primo (circa duecento giornate lavorative), no. La reazione del padrone è feroce: sei chiamato a perdonare perché ti è stato condonato molto di più. Ecco la ragione del perdono cristiano: perdono chi mi ha offeso perché io per primo sono un perdonato. Non perdono perché l’altro migliori, o si converta, o si intenerisca. A volte l’altro non sa nemmeno di essere stato perdonato e può disprezzare il mio gesto. Non perdono perché l’altro cambi, ma perché io ho urgente bisogno di cambiare! Il perdono mi è necessario. Voglio perdonare perchè cerco (la vita è fatta di tentativi! Anche la vita spirituale) di orientare la mia vita verso qualcosa che costruisce, non che distrugge. Il perdono mi mette in una posizione nuova, diversa, mi rende simile a quel Dio che fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti. Perdoniamo come riusciamo, al meglio delle nostre capacità e delle nostre forze. Perdoniamo perché siamo perdonati, perché il perdono ci rende straordinariamente liberi. E se l’altro considera il perdono una debolezza? È un rischio da correre, è un rischio che Gesù ha corso, perdonando i suoi assassini dalla croce. Eppure, io credo, noi crediamo, che quel paradosso smuove i cuori. Abbiamo bisogno di donare e ricevere il perdono, di perdonare e accettare il perdono degli altri, senza rivendicazioni e ripicche, di chiedere perdono ammettendo il nostro limite. Soprattutto oggi in cui sembra che ogni violenza personale e collettiva trovi una giustificazione. In questi tempi, fatti di maschi alpha che giocano con le vite degli altri, e noi a subire questa montante rabbia collettiva che, se onesti, riconosciamo latente in noi. Basta leggere i commenti sui social e l’esasperazione delle opinioni, dalla politica allo sport (e, purtroppo, alla Chiesa), basta accorgersi della progressiva degenerazione dei comporatamenti. In me abitano luce e tenebre, un “me” che costruisce e uno che distrugge. Una sorta di rissoso parlamento interiore in cui devo alla fine decidere a chi dare la maggioranza. Essere discepoli non cambia questo dato di partenza. Illudersi di mettere a tacere la minoranza rancorosa o, peggio, ammantarla di buoni propositi, ci impedisce di affrontare da adulti la questione. Sì, c’è rabbia in me. Un “me” che si sente vittima di ingiustizia, un altro “me” che fatica a sopportare chi la pensa diversamente, chi mi critica. Anche se sono discepolo, o prete, o suora, o vescovo. Eppure, come ci ricorda Paolo scrivendo ai Romani, tutto quello che siamo appartiene a quel Signore che vogliamo seguire. Allora parliamo di perdono, unico modo di superare ogni rabbia. Le famiglie, le società, la Chiesa cambierebbero volto se vivessimo meglio il perdono! Come ha intuito il grande Giovanni Paolo, riprendendo e ampliando Isaia: non c’è pace senza giustizia. Ma non c’è giustizia senza perdono. Sappiatevi amati.
Come di consueto propongo un audio commento al Vangelo di Paolo Curtaz, un modo per lasciarsi evangelizzare semplicemente ascoltando: https://www.youtube.com/watch?v=etBAuUQDT7o
