Riflessione 27-2026

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Nella triste parabola di oggi, Gesù parla di sé stesso. E' Lui il figlio inviato da Dio a riscuotere quanto dovuto. È ormai evidente a tutti che il suo destino è segnato: i suoi gesti eccessivi hanno suscitato l’ira dei capi dei sacerdoti, i quali pensano che Gesù vada fatto tacere ad ogni costo. Gesù, non è un idiota, lo sa. Sa bene che ha firmato la sua condanna a morte ma vuole andare fino in fondo... e sta dicendo ai suoi assassini che la sua morte, la morte del figlio, si pone in continuità con la morte dei profeti, spesso uccisi proprio dagli uomini religiosi del loro tempo (Mt 23,29). L’idea di godere dei frutti della vigna senza pagare pegno è una costante della nostra umanità. Il nostro mondo è così: vuole l’eredità senza avere nulla a che fare con il Padre. Godiamo dei frutti della vigna e non riconosciamo al proprietario ciò che gli è dovuto, anzi: vorremmo poter gestire la vigna senza rendere conto a nessuno. È l’impressione che ho quando vedo il nostro mondo occidentale, che ha messo Dio alla porta, ma pretende di mantenere l’ordine sociale che da esso deriva. L’uomo non riconosce il suo Creatore e si sostituisce a lui: ecco il peccato di fondo, la tragica fragilità dell’essere umano, credere di essere autosufficiente, senza dover rendere conto a nessuno, disconoscendo il proprio limite. Vogliamo un mondo equilibrato, fraterno, significativo e interessante, ma senza coinvolgere chi questo mondo l’ha voluto, ideato e creato. Il mondo non ci appartiene e nemmeno la vita ci appartiene, ma ci è donata. Quante volte abbiamo pensato alla pazienza di Dio come una cosa che ad un certo punto finisce. Perché il suo intervento punitivo, storicamente, è stato spesso usato da noi cristiani e dai predicatori, come una minaccia velata. Della serie: Dio è tanto caro e tanto buono ma se esageri ti manda una disgrazia che te la ricordi nei secoli! La Parola non dice proprio niente del genere. Dio ci ama ed è paziente, ma, come abbiamo già visto, se ci ostiniamo ad andare all’opposto rispetto alla strada che egli ci indica, è altamente probabile che precipitiamo in un dirupo… Davanti alla tragica evidenza, Gesù ancora prova ancora una volta a far cambiare idea a chi lo ascolta, ma l’entusiasmo della folla in Galilea ha lasciato spazio all’indifferenza e all’ostilità. Ma chi si crede di essere questo falegname improvvisatosi profeta? Gesù allora chiede cosa mai avrebbe dovuto fare il proprietario della vigna dopo l’omicidio del figlio. Chiede alla folla di esprimere un giudizio e il giudizio è intransigente: morte! Vendetta! Sangue! I vignaioli vanno uccisi! Già. Non sanno che Gesù sta parlando proprio di loro. Il Signore li guarda lungamente e sospira. No, non farà così. Non ci sarà nessuna vendetta, né sangue, né morte. Se non la sua. Forse gli affittuari, vedendo la misura dell’amore del padrone, vedendo la sua ostinata volontà di salvezza, capiranno e cambieranno. Forse anche noi, vedendo la misura senza misura dell’amore di Dio, che non soltanto ci ha donato una splendida vigna da coltivare, ma dona ogni cosa per l’uomo, sapremo portare frutto nelle nostre scelte, sapremo fiorire e vendemmiare il vino nuovo della vita bella del Vangelo. Forse... Sappiatevi amati perché lo siete. Buona domenica.